LA STORIA DEL CANTO CRISTIANO NEL PRIMO MILLENNIO

L'EVOLUZIONE DEL CANTO CRISTIANO

La declamazione (recitazione in tono solenne) e la cantillazione (declamazione propriamente ritmica e intonata) dovettero essere le tecniche iniziali per l'esecuzione di quei «salmi, inni e Cantici spirituali» di cui parlano la lettera agli Efesini (5,19) e quella ai Colossesi (3,16). La salmodia, in particolare, doveva essere di tipo responsoriale: il cantore declamava il salmo e il popolo, a intervalli regolari, rispondeva con un ritornello.

Un primo perfezionamento venne dalla Siria, verso la metà del secolo IV, con la salmodia di tipo antifonico (due cori cantano alternativamente i versetti dei salmi, oppure un coro canta il salmo e gli altri rispondono ad ogni versetto con una antifona). Nello stesso periodo di tempo (IV-V secolo) si introdusse, specialmente tra i monaci, l'uso della salmodia di tipo direttaneo (eseguita cioè da un capo all'altro del salmo senza interruzione). Tipicamente per solisti furono invece il canto alleluiatico (esecuzione dell'«alleluia» con vocalizzi), e il «tractus» (un salmo cantato completamente a solo).

Sempre in Siria, dal secolo IV al VI, si sviluppò una produzione poetica in tre forme: il «memra», sermone accompagnato da cantillazione; il «madrasha» e il «sogitha», veri e propri inni cantati con l’intervento di solisti e di cori. Tuttavia, in Oriente, fu la musica bizantina a prendere gradualmente il sopravvento, dal secolo V in poi, dando vita a tre forme fondamentali: il «troparion», il «kontakion» e il «kanon». Lo sviluppo si estese fino al secolo IX per eclissarsi e riprendere per l’ultima volta tra il secolo XIII e il XV. Il «troparion» era un inno monostrofico, più tardi composto anche di più strofe. Il «kontakion» era un inno comprendente da diciotto a ventiquattro strofe, elaborato partendo da una strofa-modello. Scomparso alla fine del secolo VII, venne sostituito dal «kanon», composto di nove odi, ciascuna con metro diverso e melodia diversa.

Le chiese armena, copra ed etiopica, intanto, andavano elaborando le prime forme della propria musica. Gli armeni svilupparono una ricca produzione innologica; i copti, canti liturgici, inni e canti popolari religiosi; gli etiopici, canti quasi sempre uniti alla danza sacra.

In Occidente, l’innodia si sviluppò rigogliosamente, a partire dalla fine del IV secolo, soprattutto per merito di S. Ambrogio, che, d'altra parte, si ispirò alle novità che venivano dall'Oriente. In quest'epoca, nel turbinio delle invasioni barbariche, si andarono formando i canti e le musiche delle liturgie milanese-ambrosiana, gallicana, visigotica (chiamata, dopo l'invasione araba, mozarabica). Nel secolo VI-VII, tuttavia, con l’opera di riordinamento liturgico compiuta da papa Gregorio I (la cosiddetta «riforma gregoriana»), la «romana cantilena», si avviò ad acquistare il predominio insieme con la propria liturgia. L’opera dei papi si incontrò con la politica accentratrice dei carolingi. E così, tra la fine del secolo VIII e l’inizio del IX, quest'Occidente parzialmente riunificato diede vita a tre nuove forme del canto e della musica, cioè la sequenza (sviluppo dei vocalizzi dell'«alleluia» con testi nuovi), il tropo (inserzione di un testo nuovo, tropo di parole, o anche di una melodia nuova, tropo di parole e di musica, all'interno di un testo liturgico preesistente), il «versus» (composizione metrica simile all’inno, ma senza dossologia e con ritornelli intercalari).

A partire dal secolo X, nel corso dell’epoca ottoniana, si ebbe, finalmente, la svolta più significativa: la nascita della polifonia, attraverso la pratica della diafonia o «organum», e del discanto prima semplice, poi «fiorito». Mentre nella diafonia la melodia gregoriana eseguita da un cantore veniva soltanto accompagnata da un’altra voce similmente allo strumento dell'organo, nel discanto la seconda voce aggiungeva una melodia del tutto nuova, in forma semplice o più complessa (fiorita). Da quest'ultimo stile nacquero il «motetus» (mottetto) e il «conductus». Parallelamente a queste espressioni embrionali di polifonia, si andarono sviluppando i primi fenomeni di dramma liturgico, semiliturgico o semplicemente religioso, antenati del teatro medievale e moderno.

Per quanto concerne la notazione musicale, si sa che i greci ne usavano due, una «strumentale» (composta da segni in parte provenienti da alfabeto arcaico, con tre posizioni diverse) e un’altra «vocale» (composta di lettere dell’alfabeto ionico, una per ciascun suono). I romani li imitarono, sostituendo, ad un certo momento (ad esempio, per opera di Boezio e Cassiodoro), le lettere latine a quelle greche. In ogni caso, le lettere dell'alfabeto poste sulle singole sillabe del canto erano in qualche maniera indicative del suono.

I cristiani, però, preferirono servirsi degli accenti, ed elaborarono, dalla fine del secolo IV in poi, la notazione cosiddetta «ecfonetica», per passare successivamente a una notazione «neumatica» (composta cioè di segni detti «neumi»), di tipo «adiastematico», perché non indica l'intervallo preciso che passa tra i neumi. Questo tipo di notazione apparve anche nella Chiesa latina a partire dal secolo VIII, diventando «diastematica» (ossia, con indicazione degli intervalli) dal secolo IX-X, per arrivare poi a perfezionamento nel secolo XI col tetragramma di Guido di Arezzonotazione diastematica perfetta»), antenato del pentagramma moderno.